LA RICERCA “INTRAPPOLATA” IN AULA

educazione scientifica
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Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 4 Marzo 2016
Massimiliano Magrini

L’Italia, con i suoi 93 atenei e i 12 poli d’eccellenza, quanto è efficiente in termini di produzione scientifica? Quanto investe in R&D ed innovazione tecnologica? Quanta “conoscenza” si traduce in produttività e valore sul mercato?

Secondo il Global Innovation Index 2015, gli investimenti nel campo dell’educazione scientifica ed ingegneristica in Italia sono inferiori rispetto a Francia, Germania e UK. Se in Italia si spende il 4,3% del PIL in Educazione contro il 5% della Germania, il 5,7% della Francia e il 6% di UK, il gap aumenta se si guardano agli investimenti in Educazione prettamente Scientifica: in Italia si registra lo 0,31%, negli altri 3 paesi una media dello 0,6%. Anche la spesa in R&D, se guardiamo ai dati italiani, ci posiziona sotto la media: 1,3% del PIL in Italia, 3%, 2,3% e 1,7% rispettivamente in Germania, Francia e UK.

Non è così però se si guarda all’output del lavoro accademico e di ricerca: ritroviamo l’Italia sopra la media per quanto riguarda la produzione di articoli tecnici e scientifici per ricercatore, con 0,51 articoli contro 0,29 e 0,27 di Francia e Germania e 0,46 di UK.

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Source: Global Innovation Index

Nonostante si investa meno in educazione, l’output della ricerca scientifica italiana è più efficiente rispetto ai concorrenti.

Guardando le fasi che seguono la pubblicazione di scoperte e ricerche scientifiche emerge che, in Italia, il numero di brevetti registrati — primo passo verso la monetizzazione – sono 8.377, 16.506 in Francia, 17.965 in UK. L’Italia inoltre occupa il 57° posto a livello mondiale per numero di collaborazioni tra mondo Business e Università in tema di Ricerca e Sviluppo (Vedi Global Innovation Index 2015).

L’innovazione — e “l’efficienza” della produzione scientifica — priva di spinta imprenditoriale, rischia di rimanere confinata all’interno delle Accademie e delle Università.

L’imprenditorialità innovativa è una leva fondamentale per la crescita economica e necessita sia della ricerca scientifica che di una spinta culturale capace di trasformarla in un output tangibile, creando ricchezza e occupazione.

Come si fa ad attivare il “corto circuito” tra ricerca e innovazione?

In US le università possono vantare spin-off di successo: ne sono un esempio Accion Systems (MIT), Synlogic (Boston University e MIT), Emulate (Harvard University), Alkahest (Stanford), Lycos (Carnegie Mellon University).

Perchè le spin-off possano svolgere da role model è necessario codificare modalità di collaborazione chiare e trasparenti tra università, centri di ricerca e ricercatori che favoriscano anche l’emergere di un sistema meritocratico.

La Carnegie Mellon University, ad esempio, ha regolamentato la produzione scientifica ed il conseguente sfruttamento in termini business secondo due modalità, licencing e spin-outs, sancendo per ciascuna le linee guida per la suddivisione di royalties, equity, future transactions, la struttura finanziaria della startup, i costi di set up, la partecipazione al consiglio di amministrazione e regolamentando ogni eccezione.

Non solo role modeling ma anche transfer offices e centri di ricerca.

In Europa, centri come il Fraunhofer che svolgono attività di ricerca applicata per l’industria e la pubblica amministrazione rappresentano una best practice capace di gettare un ponte tra “conoscenza” e business. Basti pensare che nel 2015 sono state avviate collaborazioni pari a €1,3 Miliardi di Euro.

Iniziative “top-down ”che incentivino lo sviluppo di spin-off sono fondamentali per riuscire a collezionare casi di successo. Altrettanto cruciale è riuscire a costruire ecosistemi a cultura imprenditoriale diffusa, pena l’incremento della quantità di spinoff ma non della qualità (Vedi Institutional determinants of university spin-off quantity and quality: longitudinal, multilevel evidence from Italy, Norway and the UK).

Inoltre, nel caso degli spin-outs, una maggiore incidenza di investimenti in imprese innovative nelle loro prime fasi di attività è correlata alla capacità di scalare. 

La natura innovativa, ambiziosa e “rischiosa” di questi nuovi business necessita che sia contemplata la possibilità di fallire. Le startup hanno bisogno di equity, ovvero di capitale di rischio che permette di chiudere l’azienda in bonis in caso di fallimento senza generare debito non rimborsabile e rende possibile scommettere su business molto ambiziosi che non generano flussi di cassa nei loro primi anni di vita. Per questo i fondi di venture capital svolgono un ruolo cruciale nel finanziare l’innovazione e non sono omologabili a nessun’altra forma di finanziamento.

Inoltre, gli investimenti in imprese innovative sono connessi ad un incremento della crescita economica, dell’occupazione e dei principali di indicatori di innovazione dell’intero sistema paese. Ad esempio, negli Stati Uniti le venture backed companies producono una ricchezza pari al 21% del PIL e danno lavoro all’11% degli occupati nel settore privato (Source: National Venture Capital Association). Le aziende sostenute dal venture capital sono maggiormente performative ed ottengono risultati superiori alle altre imprese sia in termini di reddito prodotto sia in termini di nuovi posti di lavoro generati.

Se confrontiamo i dati della digital economy e degli investimenti in Venture Capital, sembra manifestarsi una correlazione: più sono alti gli investimenti dei Venture Capital, più i business tech pesano sul PIL, contribuendo a generare ricchezza. Questo è vero per Francia, Germania, UK e anche Italia, dove in quest’ultimo caso il rapporto sembra essere sfavorevole con lo 0,002% di investimenti VC sul PIL (contro una media Europea di 0,024%).

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Source: 2014 Private Equity Activity & Digital disruption, The growth multiplier, Accenture

In Italia, nonostante si spenda meno in Educazione Scientifica e in R&D, si produce più “conoscenza”, che non si traduce però in business. Ad oggi non siamo in grado di vantare casi di successo di spin-off universitarie: lo stesso non possiamo dire però per quanto riguarda lo sviluppo della ricerca scientifica o tecnologica (basti pensare all’MP3, sviluppato dall’istituto di ricerca torinese CSELT).

Quello che manca sembra la capacità di monetizzare le efficienze italiane aiutandole ad entrare nel mercato, valorizzando l’imprenditorialità, stimolando la competitività delle imprese, incentivando la ricerca applicata e investendo capitale di rischio in grado di scommettere sull’innovazione.

Ogni attore di questo ecosistema deve essere interconnesso: startup, investitori, università e centri di ricerca necessitano l’uno dell’altro per creare un effetto network. Oltre a piani quinquennali top-down di sviluppo o riforme strutturali, l’Italia ha bisogno prima di tutto di casi di successo che siano in grado di innescare circoli virtuosi fuori e dentro le università.