COME IL VENTURE CAPITAL PUÒ TRASFORMARE LE STARTUP ITALIANE IN TECH CHAMPIONS

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Cosa significa investire in tecnologia in un contesto complesso e multipolare, dove l’imprenditorialità è capillare? Perché il capitale intelligente del venture capital attira altro capitale intelligente? Come è possibile partire dall’Italia, attirare capitali esteri e diventare global company?

Il venture capital diventerà meno “concentrato” nei suoi ecosistemi storici e più diffuso sul territorio. Ne sono convinti Rob Kniaz, founding partner di Hoxton Ventures, società di venture capital early stage basata a Londra, ed Edoardo Bounous, direttore europeo del Simphony Technology Group. I due ne hanno parlato a Tech Insights 2016, evento organizzato per il terzo anno da United Ventures SGR (venture capital specializzato in investimenti in società innovative nei settori del software e delle tecnologie digitali).

In una tavola rotonda con altri protagonisti del venture capital internazionale, Bounous ha ricordato come l’investimento in JobRapido, la startup fondata da Vito Lomele di cui è stato a lungo amministratore delegato, dimostri che si può diventare Tech Champions anche partendo dall’Italia. «Il lavoro di Lomele è esemplare: ha creato una società a Milano in uno scantinato con gente di tutte le nazionalità ed è poi arrivato in decine di Paesi, fino a fare l’exit mentre la company stava andando a pieno ritmo”, ha sottolineato il direttore europeo del Simphony Technology Group. «In Italia tuttavia il rischio per una piccola impresa è quello di non poter crescere – ha aggiunto Bounous – poiché i venture capital non sono abbastanza grandi per accompagnare la startup nella seconda fase di vita».

Sulla stessa lunghezza d’onda Paolo Galvani, fondatore di MoneyFarm, nata nel 2011 e diventata nel giro di qualche anno una delle più grandi società europee online per la gestione patrimoniale. «L’Italia è un posto perfetto per iniziare, ma quando si deve diventare più grandi e competitivi bisogna guardare all’estero», ha spiegato Galvani, che dopo il round di finanziamento early stage dell’italiana United Ventures ha trovato capitali freschi grazie al fondo d’investimento inglese Cabot Square Capital ma soprattutto con l’ingresso nel capitale di Allianz, leader assicurativo mondiale, come socio di minoranza.

«La Silicon Valley è un posto complicato dove ottenere finanziamenti perché c’è molta competizione», ha spiegato in una tavola rotonda con altri Tech Champions italiani Andrea Calcagno, fondatore e ceo di Cloud4Wi, che fornisce piattaforme wi-fi per catene di grande distribuzione retail e ristorazione. È d’accordo Niccolò Maisto di Faceit, piattaforma per giochi online multiplayer: «Anche se noi nella Silicon Valley siamo stati fortunati, è vero che non è facile trovare investitori laggiù. Ma è altrettanto vero che si può crescere tranquillamente anche senza i capitali californiani». Andre Schmidt, ceo di Duty Calculator, ha ricordato come «più importante che cercare soldi sia lavorare con le persone e i partner giusti».

Su una cosa tutti i Tech Champions tricolori si sono mostrati d’accordo: l’Italia è sulla strada giusta, ma resta ancora molto lavoro da fare. Secondo Massimo Banzi, creatore di Arduino, «l’Italia deve puntare molto di più su design come skills di crescita, c’è un enorme potenziale, riconosciuto ovunque». Maisto ha ricordato come nel nostro Paese ci siano grandi individualità, ma anche come «lavorare in Italia sia troppo difficile. Bisogna rendere le cose più semplici, in particolare a livello fiscale». «La più grande differenza tra Italia e Gran Bretagna? Noi abbiamo grandissimi campioni singoli ma se ci pensiamo come sistema è un disastro – ha riassunto Galvani – . La nostra principale sfida è quindi riuscire a pensarci come sistema».