OPEN INNOVATION & TECHNOLOGY TRANSFER: QUALE SITUAZIONE IN ITALIA?

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Come implementare percorsi virtuosi di open innovation? In che modo la costruzione della conoscenza di base (dai centri di ricerca alle università) raggiunge cittadini e i consumatori? Qual è il ruolo di imprese e start up nel farsi carico del trasferimento dell’innovazione?

Il modo migliore per abbattere le barriere tra mondo accademico e impresa è “mescolare” persone e competenze, ha spiegato Bruno Lepri, Head of Mobile and Social Computing Lab al MIT Media Lab di Boston e alla Fondazione Bruno Kessler di Trento. Anche perché, come nota il giovane ricercatore, se si vuole fare innovazione a livello di big data e intelligenza artificiale le migliori competenze si trovano probabilmente più in aziende come Facebook che in atenei come Stanford o lo stesso Massachusetts Institute of Technology. «Io stesso ho sperimentato al MIT Media Lab come i migliori gruppi di lavoro fossero quelli misti, con competenze trasversali ed esperienze professionali maturate in aziende come Google o Linkedin», ha detto Lepri a Tech Insights 2016, evento organizzato per il terzo anno da United Ventures SGR (venture capital specializzato in investimenti in società innovative nei settori del software e delle tecnologie digitali).

La ricetta migliore per l’open innovation è quindi il mix di saperi tra università, aziende e venture capital, in particolare nel nostro Paese, dove secondo Lepri la strada da percorrere sulla “contaminazione di competenze trasversali” è ancora lunga rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti.

In Italia è anche importante anche far capire agli investitori che l’innovazione genera valore in tempi brevi, non lunghi, spiega Ivo Boniolo, chief innovation officer di e-Novia, società nata nel 2012 da alcuni ricercatori del Politecnico di Milano con un robusto portfolio di proprietà intellettuali e la capacità di trasformare l’innovazione in impresa.

Ci sono poi settori particolari, come il design, dove il processo di trasferimento tecnologico è più complesso. «Gli ingegneri devono trasferire un “know-how” – ha spiegato a Tech Insights 2016 Cabirio Cautela, docente al dipartimento di design del Politecnico di Milano – i designer sono alle prese con il “know what” e il “know why”, ossia con l’avanguardia dell’innovazione». L’innovazione nel campo del design è inoltre legata a contesti particolari, il che la rende ulteriormente difficile da “trasmettere”. A proposito della contaminazione di competenze, Cautela ha ricordato “Startup Intelligence”, progetto di ricerca innovativo del Politecnico di Milano che intende favorire, in una logica di Open Innovation, la contaminazione tra il mondo delle startup digitali e quelle imprese aperte e curiose che puntano sull’innovazione come fattore critico di successo. Il format ha reso possibile il censimento e l’analisi di quasi 6mila startup italiane e internazionali e l’incontro con più di 70 di queste, coinvolgendo 29 tra le principali aziende italiane e alcune Pubbliche Amministrazioni, e la pubblicazione di 12 report di ricerca e tre Booklet di Takeaways.

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